La Foresta Amazzonica (o Amazzonia)

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La Foresta Amazzonica (o Amazzonia)

La foresta amazzonica, nota anche con il nome di Amazzonia o giungla amazzonica, è una foresta equatoriale situata nel bacino amazzonico in Sud America. In termini di ecologia, si tratta di una foresta primaria nella fase climax. Con una superficie di 5,5 milioni di km², ovvero circa dieci volte più della Francia, è la foresta più grande del mondo. La foresta amazzonica copre nove paesi, principalmente il Brasile: quasi i due terzi della sua superficie totale sono in Brasile (63%); il terzo rimanente è condiviso da Perù (13%), Colombia (10%) e, in misura minore, Ecuador, Venezuela, Suriname, Guyana, Bolivia e Guiana francese.

Composta da circa 390 miliardi di alberi e 16.000 specie diverse, la foresta amazzonica è il più grande serbatoio di biodiversità nel mondo. Ci sono quasi 60 volte più alberi “adulti” nella foresta amazzonica che esseri umani in tutto il pianeta. Questo immenso territorio è minacciato dalla deforestazione: dal 1970, circa il 18% della foresta originaria è scomparso a causa della deforestazione e delle attività umane. Per preservare questo ecosistema, varie parti della foresta amazzonica sono protette e 3 di esse: il Complesso di conservazione dell’Amazzonia centrale in Brasile, il Parco Nazionale di Manù in Perù e il Parco Nazionale Noel Kempff Mercado in Bolivia sono inclusi nella lista del patrimonio mondiale dell’UNESCO.

Etimologia

Una relazione scritta il 22 aprile 1542 dal missionario spagnolo Carvajal Gaspard, proveniente dal suo diario di viaggio, che racconta l’esplorazione della regione equatoriale del Sud America, dice che gli spagnoli hanno incontrato una tribù di feroci donne guerriere la cui regina dal nome Conor. Il capo della spedizione, Francisco de Orellana, chiamò il fiume col nome il Rio delle Amazzoni, perché la tribù gli ricordava le mitiche donne-guerriere Amazzoni dell’Asia descritte da Erodoto e Diodoro Siculo nella mitologia greca. Le Amazzoni dell’Amazzonia a volte sono rappresentate con la pelle bianca.

Storia e geografia

La foresta si è formata durante l’epoca Eocene come conseguenza del calo complessivo delle temperature tropicali, quando l’Oceano Atlantico divenne sufficiente grande da fornire un clima caldo e umido nel bacino amazzonico. La foresta pluviale esiste da almeno 55 milioni di anni. In precedenza, il biotopo della regione era di tipo savana.

La foresta amazzonica si trova nel bacino amazzonico in Sud America, dove copre circa 5,5 milioni di chilometri quadrati sui 7,3 milioni di chilometri quadrati del bacino. Dopo l’estinzione del Cretaceo-Terziario, alla fine del Cretaceo, 65 milioni di anni fa, la scomparsa dei dinosauri e il clima umido hanno permesso alla foresta pluviale a crescere in tutto il continente.

Durante l’Oligocene, la foresta si estendeva su una fascia relativamente stretta, che si trovava per lo più al di sopra del 15° parallelo nord. Si è ampliata gradualmente durante il Miocene medio, poi si è ritirata di nuovo nell’ultima era glaciale. Tuttavia, la foresta pluviale si è di nuovo estesa durante questo periodo, consentendo la sopravvivenza e l’evoluzione di una grande diversità di specie.

La Foresta Amazzonica (o Amazzonia)

Biodiversità

La foresta tropicale pluviale è il bioma che possiede la più importante biodiversità specifica e le foreste tropicali dell’America ospitano più specie delle foreste pluviali dell’Africa e dell’Asia. Essendo la più grande foresta pluviale d’America, una specie animale o vegetale su dieci nel mondo vive nella foresta amazzonica, che costituisce la più vasta collezione di animali e vegetali.

L’Amazzonia è patria di circa 2,5 milioni di specie di insetti, e attualmente almeno 40.000 specie di piante, 2.200 pesci, 1294 uccelli, 427 mammiferi, 428 anfibi e 378 rettili sono stati scientificamente classificati nella regione. Gli scienziati hanno stabilito che esistono tra 96,660 e 128,843 specie di invertebrati solo in Brasile. Una specie di uccelli su cinque nel mondo vive nella foresta amazzonica, e una specie di pesci su cinque vive nei suoi fiumi.

Nel 2013, la foresta amazzonica era composta da circa 390 miliardi di alberi e circa 16.000 specie. L’inventario della foresta è stato redatto da un team internazionale di scienziati in uno studio pubblicato il 18 ottobre 2013. A causa delle dimensioni immense del bosco, questo risultato ha richiesto il lavoro di oltre un centinaio di ricercatori di tutto il mondo, tra cui sei francesi, riuniti nella rete ATDn (Amazon Tree Diversity Network).

La diversità delle specie vegetali è la più grande della Terra. Alcuni esperti ritengono che un chilometro quadrato può contenere oltre 75.000 tipi di alberi e 150.000 specie di piante superiori. Un chilometro quadrato di foresta amazzonica può contenere 90,790 tonnellate di piante viventi. Attualmente, circa 438.000 specie di piante con interesse economico e sociale sono stati individuate nella regione, e molti altre ne restano da scoprire o classificare.

Ecosistemi

Foresta pluviale sempreverde di pianura: la più ricca e diversificata. Alta percentuale di leguminose. Generi rappresentati: Bertholletia, Bombax, Calycophyllum, Carapa, Cedrela, Cordia, Couroupita, Dimorphandra, Eperua, Eschweilera, Ficus, Goupia, Hevea, Hura, Hymenaea, Hymenolobium, Inga, Manilkara, Ocotea, Parkia, Pithecellobium, Platymiscium Pouteria, Pterocarpus, Stychnos, Swartzia, Swietenia, Virola, Vochysia, Vouacapoua. Palme: Attalea, Astronium, Mauritia.

Foresta sempreverde stagionale: ad est e nord-ovest, dove le precipitazioni sono inferiori ai 2000 mm all’anno. Il rinnovo delle foglie avviene durante la stagione secca.

Foresta sempreverde a foglie coriacee (Caatinga amazzonica). Alberi di 20-30 m di altezza del genere Eperua, Micranda.

– Bassa vegetazione, xerofite, arbusti (7-8 m), crescono su un terreno sabbioso coperto da un sottile strato di humus nero.

Foresta a varzea.

– Foresta di igapo.

foresta amazzonica Foto di Neil Palmer CIATFlickr, CC BY-SA 2.0

Attività umane

Deforestazione

Nella regione, la deforestazione è essenzialmente allo scopo di convertire aree forestali in campi agricoli. Oltre un quinto della foresta amazzonica è già stato distrutto, e il restante è minacciato. In dieci anni, l’area di foresta persa in Amazzonia ha raggiunto tra i 415.000 e 587.000 km²; per fare un confronto, la Francia ha una superficie totale (esclusi i territori d’oltremare) di 547 030 km². La maggior parte dei terreni convertiti viene utilizzato per produrre cibo per il bestiame.

In Brasile, l’Instituto Nacional de Pesquisas Espaciais (National Space Research Institute) produce ogni anno i dati sulla deforestazione. La loro stima si basa su 100-220 immagini scattate durante la stagione secca dal satellite Landsat, e considera unicamente la perdita del bioma della foresta amazzonica, non la perdita di spazi naturali o di savana nella foresta. Secondo l’INPE, il bioma della foresta amazzonica, originariamente di 4.100.000 milioni di km² in Brasile, è stato ridotto a 3.403.000 km² nel 2005, con una perdita del 17,1%.

Secondo uno scenario previsto dalla Banca Mondiale, il 40% dell’Amazzonia sparirà entro il 2050. Secondo il WWF, il 55% entro il 2030. Alcune delle ipotesi sull’impatto del clima nel mondo, sono ancora più allarmiste.
Maggiori informazioni sulla deforestazione in Amazzonia

Impoverimento del suolo

La deforestazione della foresta amazzonica minaccia molte specie come le rane velenose, che sono molto sensibili ai cambiamenti ambientali.

Anche se sterili, la maggior parte delle terre amazzoniche non inondabili (terraferma) sono punteggiate da aree di terra rossa. Ma queste terre, sotto l’influenza delle attività umane sono diventate antropizzate (ambienti naturali trasformati dall’uomo), alterate dal progressivo accumulo di rifiuti e ceneri. Una buona parte del terreno restante è coltivato dall’uomo, che mette in pericolo la foresta amazzonica e la sua naturalezza.

Il sistema forestale è estremamente sensibile al minimo cambiamento locale come la siccità e la deforestazione. Ciò comporta il prosciugamento degli strati, la distruzione dei microrganismi che garantiscono il rinnovo dei nutrienti minerali, l’erosione del suolo e la lisciviazione dei nutrienti.

Sviluppo

L’Amazzonia è poco adatta all’agricoltura estensiva. Tuttavia, essa dispone delle risorse necessarie ad alimentare i popoli indigeni dell’Amazzonia. L’agricoltura intensiva sembra possibile.
Le terre amazzoniche vengono utilizzate per espandere le enormi aziende agricole dedicate agli allevamenti di bestiame. Queste aziende sono difese da uomini armati, una specie di guardie private per proteggere la proprietà della terra. Si oppongono a dei movimenti come il MST.

Delle ricerche condotte dopo il 1966 ha dimostrato che il suo sottosuolo contiene molte risorse.

Rete stradale

L’Amazzonia è attraversata da numerose strade e autostrade, la maggior parte delle quali sono state costruite illegalmente dagli sfruttatori delle foreste. Queste strade consentono di penetrare nel cuore della foresta per accedere a specie rare. Questa rete copre una lunghezza di più di 170 000 km. Essa permette il trasporto di legname. Ma questa rete permette anche ai grandi proprietari terrieri di appropriarsi illegalmente delle terre lungo le strade falsificando titoli di proprietà o utilizzando la corruzione.

Solo pochi canali di comunicazione sono ufficiali, come:

Transamazzonica: attraversa il Brasile da est a ovest;

– BR-163 chiamata “autostrada della soia” per andare dal sud del Mato Grosso al Pará del nord.

La deforestazione in Amazzonia

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La deforestazione in Amazzonia

La deforestazione della foresta amazzonica ha subìto una forte crescita tra il 1991 e il 2004, raggiungendo un tasso di perdita forestale annua di 27,423 km² nel 2004. Anche se il tasso di deforestazione ha avuto un rallentamento a partire dal 2004 (con re-accelerazioni nel 2008 e 2013), la superficie forestale rimanente continua a diminuire.

La foresta amazzonica rappresenta oltre la metà delle foreste pluviali rimanenti nel pianeta, e costituisce il tratto di foresta pluviale tropicale più grande e più ricco di biodiversità nel mondo. Il 60% della foresta è contenuto in Brasile, seguita dal Perù con il 13%, la Colombia con il 10%, e con quantità minori in Venezuela, Ecuador, Bolivia, Guyana, Suriname e Guyana Francese.

Il settore dell’allevamento nell’Amazzonia brasiliana, incentivato dalle produzioni internazionali di carni bovine e di cuoio, è stato responsabile di circa l’80% di tutta la deforestazione nella regione, e di circa il 14% della deforestazione annua totale nel mondo, ed è la maggiore causa mondiale di deforestazione. Nel 1995, il 70% delle terre precedentemente sotto forma di foreste in Amazzonia, e il 91% dei terreni disboscati dal 1970, è stato convertito in allevamento del bestiame. Gran parte delle deforestazione rimanenti nell’Amazzonia è stata opera da parte degli agricoltori per ottenere terreni per l’agricoltura di sussistenza su piccola scala o per la produzione meccanizzata di soia, palma e altre colture.

Storia

In epoca pre-colombiana, parte dell’Amazzonia era un paesaggio agricolo densamente popolato. Dopo l’invasione europea nel 16° secolo, con la caccia per l’oro, le malattie occidentali, la schiavitù e più tardi e il boom della gomma, l’Amazzonia si spopolò e la foresta divenne più grande.

Prima del 1970, l’accesso alle parti più interne e prive di strade della foresta era difficile e, tranne parte delle radure lungo i fiumi, la foresta rimase intatta. La deforestazione ha subito una notevole accelerata dopo l’apertura di autostrade all’interno della foresta, come ad esempio l’autostrada Transamazzonica nel 1972.

In alcune parti dell’Amazzonia, il suolo povero ha fatto dell’agricoltura basata sulle piantagioni un’attività poco redditizia. Il punto di svolta fondamentale nella deforestazione dell’Amazzonia brasiliana è stato quando i coloni hanno cominciato a stabilire le aziende agricole nella foresta nel corso del 1960. Il loro sistema di allevamento si basava sulla coltivazione delle piantagioni e sulla pratica del “taglia e brucia” (detta anche debbio). Tuttavia, i coloni non erano in grado di gestire con successo i loro campi e le loro colture a causa della perdita di fertilità del suolo e dell’invasione della gramigna causata da questo metodo.

Nelle zone indigene dell’Amazzonia peruviana, come il bacino idrografico del fiume Chambira presso il popolo Urarina, i terreni sono produttivi solo per periodi di tempo relativamente brevi, causando quindi il continuo trasferimento in nuove aree da parte degli indigeni orticoltori come gli Urarina, eliminando quindi sempre più terra.

La colonizzazione amazzonica è stata causata principalmente dall’allevamento del bestiame perché il bestiame richiedeva poco lavoro, generava profitti decenti e conferiva uno status sociale nella comunità. Inoltre, l’erba è in grado di crescere nel suolo povero della foresta amazzonica. Tuttavia, l’abbondanza di allevamento del bestiame ha portato ad una vasta deforestazione, causando ingenti danni ambientali.

Si stima che circa il 30% della deforestazione è dovuta alle azioni da parte dei piccoli agricoltori. Anche se i piccoli agricoltori sono in possesso di un’area più piccola di terra rispetto alla media dei grandi allevatori, che possiedono l’89% dei terreni privati dell’Amazzonia Legale, l’intensità della deforestazione nelle aree in cui essi abitano è maggiore di quella all’interno delle aree occupate dai grandi allevatori. Questo sottolinea l’importanza di utilizzare terreni autorizzati per uso agricolo, piuttosto che la via politica più semplice di distribuire zone ancora boscose. Nell’Amazzonia brasiliana, la proporzione tra i piccoli agricoltori e i grandi proprietari terrieri cambia frequentemente con le pressioni economiche e demografiche.

Nel 2009, il presidente peruviano Alan García, favorì il decreto legge 840 (anche conosciuto come “Ley de la Selva”, “la legge della giungla” o semplicemente la “Forest Law”), che ha permesso la vendita di terreni incolti dell’Amazzonia di proprietà statale a società private, senza limiti di termine sui diritti di proprietà. Mentre la legge è stata promossa come misura per la “riforestazione”, i critici hanno sostenuto che il provvedimento di privatizzazione in realtà non fa altro che provocare un’ulteriore deforestazione dell’Amazzonia, cedendo i diritti della nazione sulle risorse naturali agli investitori stranieri e lasciando incerto il destino dei popoli indigeni del Perù, che in genere non hanno nessun titolo formale sulle foreste su cui sussistono. La legge 840 ha incontrato una diffusa resistenza e fu alla fine abrogata dal legislatore del Perù perché incostituzionale.

Cause della deforestazione

La deforestazione della foresta amazzonica può essere attribuita a molti fattori diversi a livello locale, nazionale e internazionale. La foresta pluviale è vista come una risorsa per il pascolo del bestiame, per i legni preziosi, per lo spazio abitativo e lo spazio agricolo (in particolare per la soia), per i lavori stradali (ad esempio le autostrade e le strade più piccole) e per i farmaci.

Una relazione del 2009 di Greenpeace ha scoperto che il settore del bestiame nell’Amazzonia brasiliana, sostenuta dalle produzioni internazionali di carni bovine e cuoio, era responsabile di circa l’80% di tutta la deforestazione nella regione, e circa il 14% della deforestazione annua totale del mondo, diventando così il più grande responsabile della deforestazione al mondo. Secondo un rapporto del 2006 dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura, il 70% delle terre che precedentemente erano foreste in Amazzonia, e il 91 % dei terreni disboscati dal 1970, viene utilizzato per il pascolo del bestiame.

Ulteriori deforestazioni in Amazzonia sono state causate dagli agricoltori che praticano agricoltura di sussistenza su piccola scala o agricoltura meccanizzata. Gli scienziati che utilizzano i dati satellitari della NASA hanno scoperto nel 2006 che la produzione agricola meccanizzata era diventata una causa significativa della deforestazione brasiliana. Questo cambiamento nell’utilizzo del suolo può alterare il clima della regione. I ricercatori hanno scoperto che, nel 2003, un anno di picco di deforestazione, oltre il 20% delle foreste dello stato del Mato Grosso sono state convertite in terreni coltivati. Nel 2005, i prezzi della soia sono diminuiti di oltre il 25% e alcune zone del Mato Grosso hanno mostrato una diminuzione delle grandi deforestazioni, suggerendo che l’aumento e l’abbassamento dei prezzi di altre colture, della carne e del legname possono anche avere un impatto significativo sul futuro uso del suolo nella regione.

Fino al 2006, una delle principali cause di perdita delle foreste in Amazzonia era la coltivazione della soia, principalmente per l’esportazione e la produzione di biodiesel e di mangimi; quando i prezzi di soia aumentavano, gli agricoltori di soia si spingevano verso nord in aree boscose dell’Amazzonia. Tuttavia, accordi di settore privato come la moratoria sulla soia hanno contribuito a ridurre drasticamente la deforestazione legata alla produzione di soia nella regione. Nel 2006, una serie di importanti aziende di commercio di materie prime, come la Cargill, ha accettato di non acquistare semi di soia prodotti nel Brasile sulle aree recentemente deforestate. Prima della moratoria, il 30% di espansione dei campi di soia si era verificato mediante la deforestazione, contribuendo a registrare tassi di deforestazione. Dopo otto anni di moratoria, uno studio del 2015 ha rilevato che, sebbene le zone di produzione di soia si fossero estese di altri 1,3 milioni di ettari, solo circa l’1% della nuova espansione di soia era avvenuto a scapito della foresta. In risposta alla moratoria, gli agricoltori hanno scelto di piantare sui terreni già disboscati in precedenza.

Le esigenze degli agricoltori di soia sono state utilizzate per validare alcuni progetti di trasporto controversi che si sono sviluppati in Amazzonia. Le prime due autostrade, la Belém-Brasilia (1958) e la Cuiaba-Porto Velho (1968), furono le uniche autostrade federali in Amazzonia Legale lastricate e percorribili tutto l’anno prima della fine del 1990. Queste due strade si trovano nell’area focale della deforestazione nell’Amazzonia brasiliana. L’autostrada Belém-Brasilia ha attirato quasi due milioni di coloni nei primi venti anni. Il successo della strada Belém-Brasilia aumentò quando le strade asfaltate continuarono a svilupparsi, scatenando un’irrefrenabile diffusione dell’insediamento. I completamenti delle strade furono seguiti da un’ondata di reinsediamento; i coloni ebbero un effetto significativo sulla foresta.

Una ricerca condotta da Leydimere Oliveira et al. ha dimostrato che più foresta pluviale viene disboscata in Amazzonia, meno precipitazioni raggiungono la zona e quindi minore diventa la resa per ettaro. Così per il Brasile nel suo complesso, non vi è alcun guadagno economico da effettuare deforestando, vendendo gli alberi e utilizzando i terreni disboscati per fini pastorali.

deforestazione Foto di Blatant WorldCC BY 2.0

Tassi di perdita della foresta

Il tasso annuo di deforestazione in Amazzonia è notevolmente aumentato dal 1991 al 2003. Nei nove anni dal 1991 al 2000, la superficie totale di foresta amazzonica cancellata dal 1970 è passata da 419.010 a 575,903 km², paragonabile al territorio della Spagna, del Madagascar o di Manitoba. La maggior parte di questa foresta perduta è stata sostituita dai pascoli per il bestiame.

La deforestazione della foresta amazzonica ha continuato a subìre accelerazioni nei primi anni del 2000, raggiungendo un tasso annuo di 27,423 km² di perdita della foresta nel 2004. Oggi la superficie forestale rimanente continua a diminuire, anche se il tasso annuale di perdita della foresta è generalmente rallentato a partire dal 2004. Tuttavia, i tassi di deforestazione hanno subìto di nuovo rialzi nel 2008 e nel 2013.

Nel 1996, l’Amazzonia ha registrato un aumento del 34% della deforestazione dal 1992. Il tasso medio di deforestazione annuo dal 2000 al 2005 (22,392 mila chilometri quadrati all’anno (8.646 miglia quadrate all’anno)) è stato superiore del 18% a quello degli ultimi cinque anni (19,018 chilometri quadrati all’anno (7.343 miglia quadrate all’anno)). In Brasile, l’Instituto Nacional de Pesquisas Espaciais (INPE, o Istituto Nazionale di ricerca Spaziale) produce statistiche sulla deforestazione ogni anno. Le loro stime sulla deforestazione sono derivate da 100 a 220 immagini scattate durante la stagione secca in Amazzonia dal satellite Landsat, che prende in considerazione solo la perdita di bioma della foresta amazzonica – non la perdita di campi naturali o di savana all’interno della foresta. Secondo INPE, il bioma originale della foresta amazzonica in Brasile di 4.100.000 km² (1.600.000 sq mi) è stato ridotto a 3,403,000 km² (1.314.000 sq mi) entro il 2005 – con una perdita del 17,1%.

Futuro della foresta amazzonica

Utilizzando i tassi di disboscamento del 2005, è stato stimato che la foresta pluviale amazzonica si sarebbe ridotta del 40% in due anni. Il tasso di deforestazione è ora rallentato. I tassi di perdita delle foreste nel 2012 sono stati i più bassi mai registrati. Tuttavia, la foresta continua a diminuire.
Il primo ministro norvegese Jens Stoltenberg ha annunciato il 16 settembre 2008, che il governo norvegese avrebbe donato 1 miliardo di dollari al fondo per l’Amazzonia. I soldi di questo fondo sarebbero destinati a progetti volti a rallentare la deforestazione della foresta pluviale amazzonica.

Nel mese di settembre 2015, il presidente brasiliano Dilma Rousseff ha comunicato alle Nazioni Unite che il Brasile ha effettivamente ridotto il tasso di deforestazione in Amazzonia dell’82%. Ha anche annunciato che nei prossimi 15 anni, il Brasile mira ad eliminare la deforestazione illegale, ripristinare e rimboschire 120.000 km² (46.000 sq mi) e recuperare 150.000 km² (58,000 sq mi) dei pascoli degradati.

Il Rio delle Amazzoni

rio delle amazzoni

Il Rio delle Amazzoni

Il Rio delle Amazzoni (in spagnolo Río Amazonas, in portoghese Rio Amazonas) è un fiume del Sud America. La sua portata media alla foce di 209 000 m3⋅s-1 è di gran lunga la più alta di tutti i fiumi del pianeta ed è equivalente al volume complessivo di sei fiumi che lo seguono immediatamente in ordine di portata. Con i suoi 6437 km, è il fiume più lungo della Terra dopo il Nilo. Il Rio delle Amazzoni è anche il fiume più grande per l’immensità del suo bacino. Drena una superficie di 6,112,000 km² (escluso il fiume Tocantins) o il 40% del Sud America, l’equivalente di una volta e mezzo la zona dell’Unione europea (il fiume Congo secondo fiume per la superficie del suo bacino, ha raggiunto solo i 3,8 milioni di chilometri quadrati). Il bacino si estende da 5° di latitudine nord a 20° sud. Il fiume ha la sua sorgente nelle Ande, attraversa Perù, Colombia e Brasile, e sfocia nell’Oceano Atlantico all’equatore. La sua rete idrografica comprende oltre 1.000 corsi d’acqua. Il Rio delle Amazzoni da solo forma il 18% del volume totale di acqua dolce che confluisce negli oceani di tutto mondo. I suoi due affluenti principali, il Madeira e il Rio Negro, fanno essi stessi parte dei 10 più grandi fiumi del mondo per la loro portata (rispettivamente di 32 000 e 29 300 m3⋅s-1) e il terzo (Rio Japurá, 18 600 m3⋅s-1) è rivale del Mississippi.

Fonte e altopiani

La fonte più lontana del Rio delle Amazzoni nelle Ande peruviane è stata fermamente stabilita solo di recente. Si tratta di un corso d’acqua situato nella regione di Arequipa su una sommità di 5507 metri, il Nevado Mismi, circa 160 km a ovest del Lago Titicaca e circa 650 km a sud-est di Lima. Questa montagna fu suggerita per la prima volta come la vera origine del Rio delle Amazzoni nel 1971, ma non è stata confermata come tale fino al 2001.

Il torrente scorre dal Nevado Mismi al fiume Apurímac. L’Apurímac prende successivamente il nome di Ene e Tambo e forma il Rio Ucayali dopo essersi incontrato con il Rio Urubamba, che proviene da Cuzco. Il Rio Ucayali si unisce al Marañón dopo un lungo viaggio verso nord. Il fiume prende il nome di Rio delle Amazzoni in Perù e Colombia, poi prende il nome di Rio Solimões quando entra in Brasile al livello di Tabatinga, e di nuovo Rio delle Amazzoni fino a Manaus, dopo essere stato raggiunto dal Rio Negro. La lunghezza totale del fiume dalla sorgente alla foce è 6437 km, diventando così il secondo fiume più lungo dopo il Nilo (6690 km). Ma è di gran lunga il primo per la sua velocità e per la superficie del suo bacino.

Regime idrologico

La portata del fiume è stata osservata per 69 anni (1928-1996) a Obidos, città dello stato brasiliano del Pará, che si trova a 537 km dal suo sbocco nell’Oceano Atlantico.

A Óbidos, la portata annua media osservata in questo periodo era di 176,177 m3⋅s-1 per un bacino idrografico di 4 640 300 km2, cioé il 79.27% del bacino totale che conta circa 5 853 804 km2.

L’enormità dei flussi non è stata immediatamente accettata, e si è a lungo sostenuto che il flusso del Rio delle Amazzoni fosse di 100 000 m3⋅s-1, una cifra considerabile, ma più “ragionevole” rispetto ai dati reali. Ma le stime e le misure di portata erano difficili da calibrare date le caratteristiche di flusso: la pendenza è molto bassa alla foce situata nella Cordigliera delle Ande e il letto del fiume è molto profondo (oltre 80 m), il che lo pone sotto il livello del mare. Il flusso, tuttavia rapido, non dipende dunque dalla pendenza, ma dalle masse d’acqua a monte che accrescono a loro volta le masse d’acqua a valle verso il mare. E’ stato necessario analizzare in dettaglio questo meccanismo per adattare gli strumenti di misurazione del fiume e ottenere le cifre giuste.

La Foresta Amazzonica

La Foresta Amazzonica inizia ad est delle Ande. E’ di grande importanza ecologica, essendo in grado di assorbire grandi quantità di anidride carbonica. La conservazione della foresta amazzonica è uno dei maggiori problemi ambientali di questi ultimi anni.

La foresta pluviale è il risultato del clima estremamente umido del bacino amazzonico. Il Rio delle Amazzoni e le sue migliaia di affluenti scorrono lentamente attraverso il paesaggio, con una pendenza così bassa che è davvero la spinta dell’acqua a monte che spinge il flusso verso il mare. La città di Manaus a 1000 km dall’Oceano Atlantico è situato a soli 44 m al di sopra del livello del mare.

La biodiversità della foresta amazzonica è molto importante: la regione è patria di più di 2,5 milioni di specie di insetti, decine di migliaia di piante, e circa 2.000 specie di uccelli e mammiferi. Una specie di uccelli su cinque vive nella foresta amazzonica.

La diversità della flora nel bacino amazzonico è la più varia del mondo. Alcuni esperti ritengono che un chilometro quadrato può contenere fino a 90.000 tonnellate di materia vegetale vivente.

Flusso e straripamenti

Le piogge stagionali causano inondazioni, allagando vaste aree confinanti con il Rio delle Amazzoni e i suoi affluenti. La profondità media del fiume per la maggior parte della stagione delle piogge è di 40 metri e la larghezza può arrivare fino a 40 km. Il livello dell’acqua comincia a salire nel mese di novembre, e il volume cresce fino a giugno per poi scendere fino a fine ottobre. Il flusso dell’affluente Rio Negro non è sincronizzato; la stagione delle piogge non comincia nella sua valle fino a febbraio o marzo, a giugno il suo livello è al culmine e inizia a scendere assieme al Rio delle Amazzoni. Il Madeira, nel frattempo, precede esattamente due mesi il Rio delle Amazzoni nelle sue fasi di piena e deflusso.

Durante la stagione delle piogge, il Rio delle Amazzoni viene inondato da un capo all’altro del suo corso su una superficie di diverse centinaia di chilometri quadrati, coprendo le pianure allagate. Il livello del fiume in alcuni luoghi è di 12-15 m più alto durante la stagione secca. Durante le alluvioni, il livello a Iquitos è di 6 m; a Tefé di 15 m; vicino a Obidos, 11 m; e nel Pará, 4 m sopra il livello più basso nella stagione secca.

Parziale traduzione della voce Amazone (fleuve) – Wikipédia (fr)

Colibrì rubino-topazio (Chrysolampis mosquitus)

Colibrì rubino-topazio (Chrysolampis mosquitus)

Colibrì rubino-topazio (Chrysolampis mosquitus)

Il colibrì rubino-topazio (nome scientifico: Chrysolampis mosquitus) è un piccolo uccello che nidifica nelle Piccole Antille e nella parte nord del Sud America tropicale: dalla Colombia, Venezuela, Guyana e Suriname, a sud del Brasile centrale e al nord della Bolivia; anche dalla Colombia al sud di Panama. E’ l’unico membro del genere Chrysolampis. Si tratta di un migrante stagionale, anche se i suoi movimenti non sono ben compresi. Questo colibrì abita in aree di aperta campagna, giardini e coltivazioni.

Descrizione

E’ lungo 8,1 cm e pesa 3,5 g. Rispetto alla maggior parte degli altri colibrì, il becco è nero e relativamente corto.

Il maschio ha il dorso marrone scuro con riflessi verde lucido. La testa è di color rosso lucido, e la gola e il petto sono di un brillante arancio dorato. Il resto delle parti inferiori è marrone, e la coda nera. Il maschio sembra spesso molto scuro, fino a quando si gira ed i colori brillano alla luce del sole.

La femmina ha il dorso di color bronzo-verde e la parte inferiore color grigio chiaro. La coda è più breve rispetto al maschio, di color marrone con una banda scura al bordo e la punta bianca. Le femmine del Trinidad in genere hanno una striscia verdastra sulla gola, ma questa caratteristica non è comune altrove. Le femmine giovani sono simili alle femmine adulte, ma con una coda marrone scuro dalla punta bianca. I piccoli maschi assomigliano alle femmine giovani, ma con una quantità variabile di arancione iridescente sulla gola.

Riproduzione

La femmina di Chrysolampis mosquitus depone due uova in un piccolo nido situato su di un ramo basso. L’incubazione richiede 16 giorni, e la nascita delle piume dei piccoli altri 18 o 19.

Alimentazione

Il cibo di questa specie è il nettare, preso da una grande varietà di fiori, e alcuni piccoli insetti.

Comportamento

I maschi del colibrì rubino-topazio difendono i loro territori in modo aggressivo. Il richiamo di questa specie è un cinguettio acuto.

Stato di conservazione

Il colibrì rubino-topazio è classificato dalla IUCN come una specie a rischio minimo.

Traduzione della voce Ruby-topaz hummingbird – Wikipedia (en)
Foto di YsmadOwn work, CC BY 3.0

Lamantino delle Amazzoni (Trichechus inunguis)

Lamantino delle Amazzoni (Trichechus inunguis)

Lamantino delle Amazzoni (Trichechus inunguis)

Il lamantino delle Amazzoni (nome scientifico: Trichechus inunguis) è un erbivoro mammifero del Brasile, ed è la specie più piccola della specie dell’ordine dei Sirenia e l’unico a vivere esclusivamente in acqua dolce. E’ endemico del bacino delle Amazzoni.

Descrizione

Il lamantino delle Amazzoni è la specie più piccola dell’ordine dei Sirenia, e può essere compreso tra 2,8 e 3 metri di lunghezza e pesare fino a 450 kg. Non vi è alcuna variazione nelle dimensioni tra i due sessi. Le gamme di colore della sua pelle vanno dal grigio scuro al nero. La presenza di macchie più chiare sulla regione ventrale è una caratteristica degli individui di questa specie.

Distribuzione e habitat

Endemico del bacino amazzonico, lo troviamo nell’isola amazzonica di Marajó (Brasile) alle sorgenti dei fiumi affluenti del bacino amazzonico di Colombia, Perù ed Ecuador. La sua distribuzione è apparentemente limitata alle acque calme e ai laghi dove la vegetazione acquatica è presente.

Alimentazione

Il lamantino amazzonico è un erbivoro non ruminante che si nutre esclusivamente di una varietà di piante acquatiche e semi-acquatiche. Può ingerire al giorno fino all’8% del suo peso. La variazione annua del livello dell’acqua del bacino amazzonico modifica la produttività delle macrofite (piante acquatiche) e di conseguenza i lamantini cambiano dieta a seconda del momento dell’anno.

Minacce

Storicamente, il lamantino amazzonico ha sofferto di una vasta caccia per secoli, con un conseguente calo significativo della sua popolazione. Da tempo è cacciato per la sua carne e la sua pelle dalle popolazioni indigene, ma più recentemente la caccia commerciale intensiva (tra cui la caccia illegale) per la sua pelle che produce una pelle di qualità ha contribuito al rapido declino della popolazione. La deforestazione e la contaminazione dell’habitat da mercurio o da pesticidi sono altre potenziali minacce per la sua popolazione. La costruzione di dighe potrebbe essere un’ulteriore minaccia.

Stato di conservazione

La specie figura sulla lista delle specie vulnerabili della IUCN e dell’IBAMA 2001.

Mazama rosso (Mazama americana)

Mazama rosso (Mazama americana)

Mazama rosso (Mazama americana)

Il mazama rosso (nome scientifico: Mazama americana) è una specie di mammifero artiodattile della famiglia dei Cervidi che vive in tutta l’America del Sud.

Distribuzione

Il mazama rosso vive nel Sud America, dal nord dell’Argentina, Bolivia, Brasile, Colombia, Costa Rica, Ecuador, Guyana Francese, Guyana, Paraguay, Perù, Suriname, Trinidad, Tobago e Venezuela.

Descrizione

Il mazama rosso raggiunge un’altezza di 65-75 al garrese e fino a 140 cm di lunghezza. L’adulto pesa tra i 20-30 kg. La parte posteriore ha un aspetto un po’ curvo e la groppa è visibilmente superiore rispetto alle spalle. In entrambi i sessi il colore è bruno-rossastro o marrone-grigio ed è più chiaro nella parte inferiore della mandibola, sul petto, sullo stomaco e sull’area perineale. Nei cuccioli la colorazione è simile a quella degli adulti, ma con macchie bianche. Da un anno di età i maschi sviluppano una coppia di corna brevi, diritte e rivolte all’indietro.

Alimentazione del mazama rosso

Sono ruminanti che si nutrono di bacche, funghi, germogli e rami teneri di arbusti e alberi. Essi brucano soprattutto quando i frutti sono scarsi nella stagione secca.

Sottospecie

Mazama americana americana
Mazama americana carrikeri
Mazama americana gualea
Mazama americana jucunda
Mazama americana rosii
Mazama americana rufa
Mazama americana sarae
Mazama americana sheila
Mazama americana trinitatis
Mazama americana whitelyi
Mazama americana zamora
Mazama americana zetta

Minacce

Pesantemente cacciato per la sua carne in alcune aree, ma sembra persistere laddove sono stati sterminati altri grandi mammiferi, probabilmente a causa della sua abitudine solitaria e la preferenza di una fitta vegetazione.

Stato di conservazione

La IUCN classifica questo cervo come una tra le specie insufficientemente conosciute, anche se è la specie più diffusa di mazama. Non ci sono nemmeno dati sullo stato di conservazione di questa specie.

Traduzione della voce Mazama americana – Wikipedia (es)
Fonte “Stato di conservazione”: paragrafo “Tassonomia” della voce Mazama americana – Wikipedia (it)
Foto di Postdlf da w, CC BY-SA 3.0

Rana dorata (Phyllobates terribilis)

Rana dorata (Phyllobates terribilis)

Rana dorata (Phyllobates terribilis)

La rana dorata, detta anche rana freccia (nome scientifico: Phyllobates terribilis) è un anfibio appartenente all’ordine degli Anuri e alla famiglia Dendrobatidae, endemico della Costa del Pacifico della Colombia e del Panama. Questo anfibio è attualmente considerato il vertebrato più velenoso del mondo.

Habitat

Il suo habitat naturale sono le foreste pluviali del Chocó e la costa caraibica della Colombia. L’habitat ottimale del Phyllobates terribilis nelle foreste pluviali richiede un alto tasso pioggia (5 metri o più), un’altitudine tra 100 e 200 m, temperature di almeno 26° C e umidità relativa tra 80% e 90%.

Descrizione

Di solito è diurna (attiva durante il giorno). E’ una delle più grandi specie di rana velenosa che può raggiungere 55 mm in età adulta, anche se altri, come la Dendrobates Tintorius potrebbe raggiungere 65-70 mm. La rana dorata ha piccoli dischi adesivi sulle dita che la aiutano a salire sulle piante. Un osso piatto della mascella inferiore dà l’impressione che la rana abbia dei denti, caratteristica non osservata in altre specie di Phyllobates. La rane freccia adulta è luminosa e colorata, anche se mancano le macchie scure presenti in altre specie di Dendrobatis, e il colore è aposematico (una pigmentazione che serve per mettere in guardia i predatori della tossicità). A volte si confonde con il suo cugino, Phyllobates truncatus, che ha una striscia verde sulle zampe posteriori; e anche con il Phyllobates bicolor, che ha le zampe nere ed ha una varietà di arancione molto simile alla rana dorata; contraddistinguerle ad occhio nudo è molto difficile.

La rana dorata può presentare tre varietà di colore:

Verde menta:

Questa varietà esiste nella zona di La Brea, in Colombia, ed è la forma più comune in cattività. Verde menta è un nome in realtà fuorviante perché le rane di questa varietà sono solitamente verde metallico o verde pallido o solo bianche.

Giallo

La varietà gialla è quella che dà il nome di rana dorata. Questi Phillobates terribilis gialli si trovano in Colombia. Il loro colore può variare da un giallo pallido a un fondo oro.

Arancione

Anche se non così comune come le prime due varietà, esistono rane freccia di colore arancione in Colombia. Esse tendono ad essere di colore giallo aranciato o arancio metallico con varie intensità.

Veleno

La pelle della rana freccia d’oro è impregnata di un comune alcaloide velenoso chiamato batracotossina. Questo veleno provoca un rilascio prolungato di acetilcolina a livello della giunzione neuromuscolare, che si traduce in contrazione muscolare e la morte per arresto respiratorio a causa della paralisi dei muscoli respiratori, tra gli altri sintomi della sindrome colinergica (miosi, bradicardia, sudorazione profusa, broncospasmo, dispnea, cianosi periorale e distale, ecc). Può portare ad insufficienza cardiaca e fibrillazione atriale. Le rane dorate possono mantenere elevati livelli di batracotossina per anni, anche dopo essere stati privati della fonte di cibo che fornisce loro il veleno (le formiche). La tossina è attiva al di fuori del corpo di queste rane: polli e cani sono morti dal contatto con un tovagliolo di carta su di cui una rana freccia aveva camminato.

La rana dorata è l’animale che possiede il veleno più letale del mondo (tra i vertebrati), la sua pelle con addosso il veleno può uccidere un essere umano molto velocemente e il suo corpo è immune al suo stesso veleno.

La rana dorata e le popolazioni indigene

La rana dorata è molto importante per le culture indigene locali della foresta pluviale sia Colombia che del Panama. Questa rana, infatti, è la fonte principale dei dardi avvelenati che i nativi utilizzano per la caccia.

Il popolo Embera usa esporre la rana al calore di un incendio per farle trasudare piccole quantità di liquido velenoso. La punta delle frecce e dei dardi sono inumidite con il veleno e mantengono il loro effetto letale per circa due anni.

Cura in cattività

Come altre specie di rane velenose, la rana dorata è innocua quando viene rimossa dalla sua fonte di cibo naturale; sono più facili da alimentare rispetto ad altre rane velenose: grandi specie di moscerini della frutta, piccoli grilli, bachi da seta, piccoli vermi della farina (Tenebrio), termiti e larve di mosca soldato nero (Hermetia illucens) possono essere usati come supplemento assieme a calcio e altri minerali.

La temperatura deve essere mantenuta sui 20° C, perché sono sensibili al calore e soffrono di una condizione chiamata sindrome sudoripara se sono esposti a temperature elevate per periodi prolungati. Le rane freccia richiedono anche un’elevata umidità, perché provengono da una delle foreste più umide del mondo.

Mentre le rane dorate non sono territoriali come la maggior parte delle rane velenose, possono rimanere anche in gruppo, ma richiedono uno spazio grande. Possono verificarsi controversie occasionali, ma vengono riportate raramente lesioni e non sono state registrate morti a seguito di tali conflitti.

Stato di conservazione

Questa specie è minacciata di estinzione poiché il suo unico habitat è la foresta pluviale, che è stata disboscata rapidamente; sono animali con poca tolleranza alla contaminazione.

La rana dorata è considerata dalla classificazione IUCN come una specie in pericolo e quindi a rischio di estinzione.

Parziale traduzione della voce Phyllobates terribilis – Wikipedia (es)
Foto di Micha L. RieserOwn work, CC BY-SA 3.0

Tayra (Eira barbara)

Tayra (Eira barbara)

Tayra (Eira barbara)

Il tayra (nome scientifico: Eira barbara), è un animale onnivoro della famiglia dei Mustelidi, originaria delle Americhe. E’ l’unica specie del genere Eira.

Il Tayra è noto anche come tolomuco o perico ligero in America Centrale, motete in Honduras, irara in Brasile, san hol o viejo de monte nella penisola dello Yucatan, e cane degli alti boschi (o storicamente chien bois) a Trinidad. Il nome del genere Eira è derivato dal nome indigeno dell’animale in Bolivia e Perù, mentre barbara significa “strano” o “straniero”.

Descrizione

I tayra sono animali lunghi e sottili con un aspetto simile a donnole e faine. Si va da 56 a 71 cm di lunghezza, da 37 a 46 cm di coda lunga e folta, e pesano da 2,7 a 7 kg. I maschi sono più grandi, e un po’ più muscolosi rispetto alle femmine. Hanno un pelo corto marrone scuro e nero, che è relativamente uniforme su tutto il corpo, gli arti e la coda, ad eccezione di una macchia gialla o arancione sul petto. Il pelo sulla testa e sul collo è molto più pallido, di solito marrone o di colore grigiastro. Individui albini o giallastri sono anche noti, e non sono così rari tra i tayra come lo sono tra gli altri mustelidi.

Le zampe hanno dita di lunghezza diversa con punte che formano una linea curva quando tenute unite. Gli artigli sono brevi e curvi, ma forti, essendo atti per l’arrampicata e per scavare. I cuscinetti delle zampe sono senza pelo, ma sono circondati da peli sensoriali rigidi. La testa ha piccole orecchie arrotondate, lunghi baffi e gli occhi neri con riflessi blu-verdi. Come molti altri mustelidi, i tayra possiedono ghiandole odorifere anali, ma questi non sono particolarmente grandi, la loro secrezione non è così pungente come in altre specie, e non vengono usati per legittima difesa.

Habitat

I tayra si trovano nella maggior parte del Sud America a est delle Ande, fatta eccezione per l’Uruguay, il Brasile orientale e tutta l’Argentina tranne le parti più settentrionali. Si trovano anche in tutta l’America Centrale, in Messico a nord fino a sud di Veracruz, e sull’isola di Trinidad. In genere sono presenti solo nelle foreste tropicali e subtropicali, anche se possono attraversare di notte le praterie per spostarsi tra le macchie di bosco, e occupano anche piantagioni coltivate.

Sottospecie

Almeno sette sottospecie sono attualmente riconosciute:

Eira barbara barbara (Argentina settentrionale, Paraguay, Bolivia occidentale e centrale e sud del Brasile)
Eira barbara biologiae (Costa Rica centrale e Panama)
Eira barbara inserta (dal Sud del Guatemala al centro di Costa Rica)
Eira barbara madeirensis (ovest dell’Ecuador e Brasile settentrionale)
Eira barbara peruana (Ande orientali in Perù e Bolivia)
Eira barbara poliocephala (Venezuela orientale, la Guyana, e il nordest del Brasile )
Eira barbara senex (centro del Messico, Honduras settentrionale)
Eira barbara senilis (Ecuador settentrionale)
Eira barbara sinuensis (Colombia, Venezuela occidentale, nord dell’Ecuador, Panama)

Comportamento e dieta

I tayra sono animali diurni e solitari, anche se di tanto in tanto sono attivi durante la sera o di notte. Sono onnivori, si cibano di roditori e altri piccoli mammiferi, così come di uccelli, lucertole e invertebrati, e si arrampicano sugli alberi per ottenere frutta e miele. Essi individuano la preda principalmente dall’odore, avendo relativamente poca vista, e inseguono attivamente le prede una volta localizzate, oppure di soppiatto o usando tattiche di agguato.

Riproduzione

I tayra si riproducono tutto l’anno; le femmine entrano in estro diverse volte all’anno dai 3 ai 20 giorni alla volta. A differenza di altri mustelidi, i tayra non presentano diapausa embrionale, e la gestazione dura da 63 a 67 giorni. La femmina partorisce da uno a tre cuccioli, di cui si prende cura da sola.

I cuccioli sono altriciali, cioè nascono ciechi e con le orecchie chiuse, ma sono già coperti da una folta pelliccia nera; pesano circa 100 g al momento della nascita. I loro occhi si aprono dopo circa 35-47 giorni dalla nascita, e lasciano la tana poco dopo. Cominciano a prendere il cibo solido a circa 70 giorni di età, e sono completamente svezzati dopo i 100 giorni. Cominciano a cacciare già dopo tre mesi: la madre porta inizialmente i cuccioli ad impratichirsi con prede ferite o lente. I giovani crescono completamente in circa sei mesi, e lasciano la loro madre per stabilirsi in un altro territorio a dieci mesi di età.

Interazione con gli umani

I tayra sono giocosi e facilmente addomesticabili. I popoli indigeni, che spesso chiamano il tayra “cabeza del viejo”, ossia “la testa di vecchio”, a causa della loro pelle del viso rugosa, li tenevano come animali domestici per controllare i parassiti. A volte, attaccano gli animali domestici, come ad esempio i polli.

Stato di conservazione

Le popolazioni selvatiche del tayra si stanno lentamente riducendo, soprattutto in Messico, a causa della distruzione dell’habitat per scopi agricoli. Tuttavia, è classificata dalla IUCN come una specie a rischio minimo.

Traduzione della voce Tayra – Wikipedia (en)
Foto di Marie de Carne – Own work, CC BY-SA 3.0

Gufo dagli occhiali (Pulsatrix perspicillata)

Gufo dagli occhiali (Pulsatrix perspicillata)

Gufo dagli occhiali (Pulsatrix perspicillata)

Il gufo dagli occhiali (nome scientifico: Pulsatrix perspicillata) è una specie di uccelli appartenenti al genere Pulsatrix strigiforme che integra la famiglia Strigidae. E’ originaria delle foreste dell’America Centrale e del Sud America, dal Messico meridionale al nord dell’Argentina.

Descrizione

E’ un grande e corpulento uccello predatore, senza “orecchie”; misura tra i 43 e i 50 cm e pesa tra il 1075 e il 1250 g, senza dimorfismo sessuale (le femmine sono leggermente più grandi). La testa è rotonda con un disegno inconfondibile attorno agli acchi, che gli dà il nome. Gli occhi sono gialli; la testa, il dorso, la gola e la coda sono di color marrone cioccolato – nerastro o scuro, mentre il petto è bianco-giallo o color caffè. Gli “occhiali” e una sottile striscia sulla gola sono bianchi. Il becco è di colore bianco e giallo verso la punta; le zampe sono grigiastre. I giovani sono per lo più biancastri o giallastri con il disco facciale nero.

Distribuzione e habitat

Il gufo dagli occhiali si estende dal Messico meridionale al nord dell’Argentina e comprende i seguenti paesi: Messico, Belize, Guatemala, El Salvador, Honduras, Nicaragua, Costa Rica, Panama, Trinidad e Tobago, Colombia, Venezuela, Suriname, Guyana Francese, Guyana, Paraguay, Ecuador, Perù, Bolivia, Brasile, Argentina.

Abita nelle foreste tropicali e subtropicali, dalle foreste umide a quelle secche, nelle savane, nelle foreste di transizione, nelle foreste montane, nelle paludi boschive.

Comportamento

Si tratta di un uccello nottambulo che riposa nel fitto fogliame durante il giorno e si attiva al crepuscolo. Caccia di notte, ed è più attivo nelle notti di luna. Il gufo dagli occhiali è un uccello solitario.

Alimentazione

Caccia sporgendosi in avanti sui rami spogli ad un’altezza intermedia dalla quale possa controllare tutto, si getta rapidamente sulla preda o effettua un giro veloce in aria per catturare la sua preda tra la vegetazione. Le loro prede comprendono grossi insetti, rane, uccelli, pipistrelli, piccoli mammiferi fino alle dimensioni di una moffetta dal cappuccio (Mephitis macroura) e nella foresta di mangrovie, anche granchi. A volte caccia durante il giorno.

Riproduzione

Nidifica nelle cavità degli alberi, nelle fessure nelle rocce o nelle cavità naturali in mezzo alla foresta. Depone in media due uova bianche che misurano circa 50,5 x 42,5 millimetri. La femmina inizia la cova dopo aver deposto il primo uovo, con conseguente tempo differente di schiusa tra le due uova. Il periodo di incubazione dura circa 35 giorni e i piccoli lasciano il nido tra le 5 e le 6 settimane dopo la nascita, ma sono dipendenti dai loro genitori per circa un anno. Il piumaggio adulto può richiedere fino a cinque anni per essere pronto.

Vocalizzazione

Il suo canto ha un tono grave e largo. La coppia è solita cantare un duetto nel periodo riproduttivo, per segnare il territorio. Il suono che produce è simile ad un “bup-bup-bu-bu-bububu” veloce e smorzato, forte in un primo momento, poi in dissolvenza. La voce degli esemplari giovani è molto diversa e somiglia ad un breve “uaaau“.

Sottospecie

Secondo la classificazione del Congresso Ornitologico Internazionale, sei sono le sottospecie del gufo dagli occhiali:

Pulsatrix perspicillata boliviana (Bolivia meridionale e nord dell’Argentina)
Pulsatrix perspicillata chapmani (versante caraibico del Costa Rica, dall’est di Panama alla Colombia, Ecuador occidentale e Perù nord-occidentale)
Pulsatrix perspicillata perspicillata (Venezuela, le Guyane, Brasile e dalla Colombia sud-orientale al nord della Bolivia)
Pulsatrix perspicillata pulsatrix (est del Brasile (da Bahia a sud del Rio Grande do Sul) e Paraguay, probabilmente nord-Argentina (Misiones))
Pulsatrix perspicillata saturata (Messico meridionale (Veracruz e Oaxaca) e Panama occidentale)
Pulsatrix perspicillata trinitatis (Trinidad)

Stato di conservazione

Il gufo dagli occhiali è considerato dalla classificazione IUCN come una specie a rischio minimo, poiché vive in un aerale molto vasto, ha una tendenza stabile e una popolazione molto numerosa. Tuttavia, gli studiosi Mikich e Bérnils ritengono che le continue deforestazioni potrebbero rappresentare in futuro una minaccia per il gufo dagli occhiali, il quale ama vivere in zone con vegetazione molto fitta. La deforestazione farebbe anche aumentare la competitività tra i gufi nel nidificare e nel cercare cibo. Inoltre, spesso questi gufi vengono uccisi per via di credenze popolari che lo credono un animale inquietante e per via del fatto che a volte attaccano il pollame delle popolazioni vicine ai luoghi in cui vivono. Allo scopo di salvare la specie, spesso i gufi dagli occhiali vengono allevati in cattività e poi rilasciati in natura.

Parziale traduzione della voce Pulsatrix perspicillata – Wikipedia (es)
“Stato di conservazione”: riassunto del paragrafo “Stato di conservazione” della voce Pulsatrix perspicillata – Wikipedia (it)
Foto di SteveWise Men – Uploaded by Snowmanradio, CC BY-SA 2.0

Cacao (Theobroma cacao)

Cacao (Theobroma cacao)

Cacao (Theobroma cacao)

Il cacao (nome scientifico: Theobroma cacao) è un albero sempreverde del genere Theobroma della famiglia Sterculiaceae, secondo la classificazione convenzionale, o Malvaceae, secondo la classificazione filogenetica. Produce fave commestibili con sapori diversi a seconda della varietà, da cui si produce il cacao, il prodotto base del cioccolato.

Descrizione

La pianta del cacao è una specie tropicale originaria del Messico. Cresce naturalmente nel bacino dell’Orinoco e nelle basse altitudini dell’Amazzonia, ai piedi delle Ande sulle colline basse (tra i 200 e 400 m), nelle foreste pluviali all’ombra formata dalla vegetazione alta.

È un albero alto dai 10 ai 15 metri ed è sempreverde. Fiorisce da 3 anni e dà fiori, frutti e foglie tutto l’anno. Raggiunge il suo pieno potenziale 6-7 anni dopo la semina e vive fino a 40 anni. I suoi fiori misurano circa un centimetro e solo circa 500 di loro danno i loro frutti. L’albero può produrre fino a 100.000 fiori bianchi o rosati. Essi appaiono tutto l’anno su dei rigonfiamenti del legno dell’albero, chiamati cuscinetti. Pertanto, vi sono allo stesso tempo fiori e frutti sull’albero.

I frutti della pianta di cacao, le “cabosse”, sono grandi bacche allungate simili a un piccolo pallone da football americano. Ogni baccello può pesare fino a 400 g ed è di 15-20 cm di lunghezza. Essi hanno la particolarità di crescere sui rami principali, ma anche direttamente sul tronco dell’albero. Le loro caratteristiche sono molto variabili da una popolazione all’altra ma anche all’interno della stessa popolazione. I baccelli immaturi della varietà Forastero sono solitamente verdi o verde pallido e poi diventano gialli a maturazione completa. Per le varietà Trinitario e Criollo, i baccelli immaturi hanno diverse intensità di rosso e, a maturità, arancio. La maturazione dei frutti dura, a seconda dei genotipi, da 5 a 7 mesi. Ogni albero rende in media circa 150 cabosse all’anno, ottenendo quasi 6 kg di cacao.

I baccelli contengono molti semi (dai 25 ai 75) raggruppati in file e chiamati fave di cacao, sono ricchi di amido, grassi e alcaloidi. Ogni seme maturo è circondato da una polpa bianca, dolce e acquosa e determina la fermentazione necessaria alla produzione del cacao commerciale. Dopo la fermentazione e la torrefazione, questi semi sono utilizzati per la produzione di cacao e cioccolato.

Coltivazione

La pianta è originaria delle foreste equatoriali, cresce grazie ad un clima caldo e umido con una non molto marcata stagione secca. L’albero del cacao ha delle esigenze ecologiche piuttosto elevate che sono le seguenti:

– la temperatura annuale media ottimale è 25° C. Il minimo assoluto è 10 °C.
– la pioggia annuale ottimale va dai 1500 ai 2500 mm e l’umidità ottimale è dell’85%. I periodi di siccità non devono superare i tre mesi.
– la pianta giovane deve essere protetta da un’illuminazione troppo intensa durante i primi tre anni
– il terreno deve assicurare una buona ritenzione di acqua, ma le radici non devono venire asfissiate. Il terreno deve essere leggermente acido.
– l’albero del cacao può crescere fino a 1000 m di altitudine sotto l’equatore.
– alla latitudine di 20° nord o sud, solo il livello del mare gli si addice.
L’attuale metodo di coltivazione è simile a quello praticato dagli antichi Maya. La coltivazione avviene sotto alberi più alti e resistenti chiamati “madri del cacao” per proteggere gli alberi e fornire ad essi l’azoto come nutrimento.

L’albero del cacao nasce dal seme. Dopo aver aperto la cabosside, i semi devono essere seminati molto rapidamente perché hanno un brevissimo periodo di germinazione (1-2 settimane al massimo). La percentuale di successo dell’innesto dipende dal genotipo: la varietà Criollo è meno in grado di determinare una propagazione vegetativa rispetto alla varietà Forastero. La raccolta si svolge due volte l’anno, soprattutto in primavera e in autunno.

Lavorazione

La produzione consiste in diverse fasi:

– la raccolta delle cabosse (i frutti delle piante) due volte all’anno, vengono schiacciati e poi ne vengono estratti polpa e semi;
– polpa e semi si fanno fermentare con procedure diverse a seconda del tipo di cacao che si vuole ottenere;
– i semi vengono essiccati al sole per bloccarne la fermentazione e ridurre l’umidità così da evitare la diffusione di eventuali muffe;
– avviene la tostatura con una temperatura che varia a seconda del prodotto che si vuole ottenere;
– avviene la decorticazione e la degerminazione attraverso appositi macchinari;
– infine, la macinazione dei cotiledoni rimasti tra due cilindri caldi che li trasformano in massa di cacao;
– se si vuole ottenere il burro di cacao, viene separato il grasso attraverso altre procedure di separazione, macinazione e solubilizzazione.

Parziale traduzione della voce Cacaoyer – Wikipédia (fr)
“Lavorazione”: riassunto del paragrafo “Lavorazione dei semi del cacao” della voce Theobroma cacao – Wikipedia (it)
Foto di LuisovallesOwn work, CC BY 3.0